Prendendo spunto dalla riflessione teorica del filosofo
Ken Wilber, ci richiamiamo al simbolismo del centauro, figura mitologica del mondo greco, cultore delle arti marziali ma anche di quelle terapeutiche, rappresenta la perfetta unione tra il fisico ed il mentale, poichè il centauro non è un cavaliere che è esperto nell’equitazione, ma è un cavaliere che è tutt’uno con il suo cavallo.
Non si presenta come  una psiche separata che tenta di controllare il suo corpo, bensì un’unità psicosomatica che governa se stessa.
La nostra consapevolezza reintegrata, afferma il nostro diritto alla naturalezza spontanea della vita e alla nostra natura più profonda, riconoscendo la percezione del dualismo di un Sé e di un non-Sé, una possibile fonte di dispiacere e di turbolenza ...

Veniamo spinti fuori dal nostro centauro, afferma Wilber, quando veniamo colpiti dalla paura della morte e quindi neghiamo la parte fisica, che è quella peritura. Per questo l’uomo si rifugia nel suo ego, in cui costruisce un’immagine di se stesso puramente mentale, la parte astratta del centauro.
Segue il rinnegare il corpo, rifiutandolo, tornando ed essere il cavaliere, il controllore, l’uomo che va a cavallo ed il corpo viene ridotto al ruolo di pura animale automa.

“Lo batto e lo elogio, lo nutro, lo pulisco e lo curo quando è necessario. Lo sprono senza consultarlo e lo freno contro la sua volontà. Quando il mio corpo-cavallo si comporta bene, generalmente lo ignoro, ma quando diventa turbolento, il che capita molto spesso, estraggo la frusta per batterlo e riportarlo a una ragionevole sottomissione.”
La funzione terapeutica al livello del centauro è quella del recupero del corpo  ascoltandolo, mettendolo in movimento con consapevolezza....